Niente impianti, niente trenini, nessuna fila. Solo tu, la guida, e il silenzio potente del versante più himalayano del Bianco. Un’esperienza per chi non cerca scorciatoie, ma desidera assaporare ogni passo, ogni crepaccio, ogni istante dell’alba.
Tutti obiettivi che si preparano con intelligenza. Non è questione di forza, ma di passo, di metodo, di ascolto. E tutto comincia presto: il Monte Bianco a giugno è ancora in silenzio, e i suoi spazi sono più vuoti.
Perché salire?
Non servono ragioni eroiche. L’alpinismo non è una sfida, è un linguaggio. Serve solo desiderio, costanza, allenamento e una certa pazienza. E poi ascolto. Della montagna, del tuo corpo, della cordata. Salire dà ordine ai pensieri. Impone lentezza. Costruisce attenzione. Toglie il superfluo.
E giugno è il momento in cui tutto è ancora possibile. Nessuna cima è ancora “fatta”. Nessun tracciato è battuto. C’è solo un mondo autentico ed è il tempo giusto per uscire dal quotidiano. Senza lasciare segni del proprio passaggio.
Il momento giusto è adesso
A maggio, quando la neve torna abbondante come quest’anno, il Monte Bianco si prepara in silenzio. Una coltre fitta e lenta copre ogni rumore e disegna un paesaggio immobile. Sotto quel manto fresco, il ghiacciaio si assesta, si compatta, prende forma. Il paesaggio si fa teatro: il palco è pronto, la scena è imbiancata, e l’alpinismo può davvero ricominciare.
Per chi va in montagna con la testa e con le gambe, ormai è evidente: il Monte Bianco a giugno è la scelta più sicura e affascinante. Nonostante ci si ostini a dire che il momento migliore per l’alta quota sia luglio, la realtà degli ultimi anni parla chiaro. I ghiacciai, in giugno, sono ancora ben innevati. Le temperature sono stabili, le rigole non hanno ancora inciso la superficie, i ponti sui crepacci tengono. L’ambiente è bianco, integro, leggibile.
Cambiamento climatico: osservazioni sul campo
Il riscaldamento globale non è un concetto teorico da dibattito. Lo si tocca con mano in ogni uscita. Luglio, che una volta era il mese perfetto, è diventato critico. Le temperature salgono troppo, troppo presto. Le scariche aumentano, i seracchi si muovono, le cordate partono di notte o non partono affatto. Le finestre buone si assottigliano.
Giugno, invece, offre ancora margine. C’è più freddo di notte, c’è più neve, c’è meno stress. Serve solo cambiare abitudini. Ricalibrare il calendario. Guardare al presente, non al passato. E prendere atto che il nuovo inizio è adesso.
La salita: giorno per giorno
Giorno 1
Il primo giorno si parte dalla Val Veny e si percorrono per diversi chilometri le vestigia della morena del ghiacciaio del Miage. È un ambiente minerale, lunare, che invita alla contemplazione. Non c’è un sentiero obbligato: si procede tra blocchi instabili, cercando la via migliore con lentezza e attenzione.
A quota 2700 metri circa, il paesaggio cambia radicalmente. Un traverso esposto introduce al tratto attrezzato, che conduce finalmente al Gonella. Il rifugio appare all’improvviso, aggrappato alla montagna con una vista magnifica sulle montagne del gran Paradiso sull’aiguille di Trelatete e sul cuore del monte Bianco … i Rocher.
Dislivello: circa 1300 metri
Tempo di percorrenza: 4.5 – 5 ore
Dopo cena si va subito a dormire: la sveglia suona a mezzanotte.
Giorno 2
La salita alla vetta del Monte Bianco inizia all’una di notte. Si percorre un traverso molto delicato per accedere al ghiacciaio, ora con i ramponi ai piedi. L’ambiente è grandioso e austero. Si sale zigzagando il ghiacciaio del Dôme, tra crepacci ampi e ponti di neve. La salita è lunga, continua e richiede attenzione e buon ritmo.
Dal Col des Aiguilles Grises si affronta il pendio nevoso che si è impennato negli ultimi anni, fino a raggiungere la cresta del Piton des Italiens. Qui iniziano alcuni passaggi di facile arrampicata che introducono alla lunga cresta nevosa che conduce al Dome du Goûter.
Da questo punto ci si innesta sulla via normale francese. L’alba, se tutto va bene, ti coglie all’altezza della Capanna Vallot, a 4350 metri. È un momento indimenticabile: il sole sorge e la vetta comincia a sembrare vicina.
L’Arête des Bosses, con le sue gobbe caratteristiche, porta infine alla cima del Monte Bianco. Il fiato è sempre più corto, ma la vista si apre, si allarga. Passo dopo passo la vetta è lì, e quando la raggiungi è gioia, emozione e, inevitabilmente, una tangibile stanchezza.
Il rientro e il valore del tempo lento
La discesa richiede ancora impegno e attenzione. Si potrà scendere verso l’Aiguille du Midi, seguire la normale francese oppure, per i più allenati, tornare sui propri passi reimmergendosi nel silenzio delle creste.
Se le gambe lo permettono, si può rientrare direttamente a valle dal Gonella. Ma un pomeriggio di riposo e una notte supplementare al rifugio rendono la salita memorabile.
Scendere al mattino dal rifugio, con la luce che filtra tra i seracchi e il ghiaccio che scricchiola, permette di vivere l’alpinismo con pienezza, lontano dalla fretta che spesso accompagna il nostro tempo.
Quando la montagna è anche tua
Salire al Monte Bianco da Gonella sono giorni di alpinismo vero, dove la solitudine è alleata, la fatica è compagna e ogni passo costruisce un ricordo indelebile. Chissà, magari giugno 2025 è proprio il tuo momento.
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Il Monte Bianco dal Gonella: conosci l’autore di questo racconto
Riccardo “Ioris” Turini è guida alpina con base a Gressoney. Nato a Montanaro, con la pianura alle spalle e il Monte Rosa nel cuore, ha scelto la montagna come compagna di vita. Per molti anni è stato presidente delle guide di Gressoney, contribuendo con passione alla crescita della comunità alpinistica locale. Riflessivo, essenziale, un po’ filosofo: se lo incontri in parete, lo riconosci per la voglia instancabile di fare, di andare oltre e di cercare il meraviglioso nell’inutile. Appassionato di kintsugi, api, trote e parole scelte con cura, ama condividere la montagna come spazio di trasformazione.









