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Ogni vetta ha il suo carattere. Il Monviso ne ha da vendere.

C’è una montagna che, se passi per la provincia di Cuneo e ami la montagna, ti costringe a fermarti. Ti viene da alzare lo sguardo anche se sei in macchina, anche se sei di fretta. È lì, a dominare la valle Po con quella forma da piramide che assomiglia al Cervino, ma con un carattere tutto suo: più ruvido, più piemontese. È il Monviso. Il re di pietra.
persona salita al Monviso con guida alpina fino alla croce di vetta

Monviso: il re di pietra non si regala a nessuno

Perfino decollando da Bergamo è possibile vederlo nello skyline delle Alpi Cozie: una punta solitaria che spicca tra le altre, come se volesse farsi notare a ogni costo. Un richiamo irresistibile per chi ama riconoscere le montagne da lontano e sogna, prima o poi, di salire il Monviso.

E no, non è solo scenografico. È anche tosto da salire. Da qualunque versante tu lo prenda, non ti regala niente. La via normale – l’unica davvero percorsa da chi vuole “fare il Viso” – è una linea logica ma impegnativa che attraversa la parete sud. Un itinerario storico, tracciato nel 1861, che ancora oggi stupisce per la sua intelligenza. Niente scorciatoie, solo pietra, istinto e visione.

Il percorso: dal Pian del Re alla vetta

Si parte dalla valle di Crissolo. Una camminata classica porta al Pian del Re, alle sorgenti del Po, dove il fiume più lungo d’Italia nasce come un rivolo tra sassi e torbiere. È già un luogo simbolico, quasi sacro. Qui la montagna inizia a farsi sentire.

Il sentiero per il Rifugio Quintino Sella è ben tracciato e molto frequentato d’estate. Si attraversano prima il Lago Fiorenza e poi il Lago Chiaretto, il cui colore lattiginoso è dovuto alla farina glaciale. Il Viso è lì davanti, massiccio e inconfondibile. Ma non ci si sale “diretti”: serve girargli attorno, salendo su una vecchia morena, percorrendo un semicerchio che porta al Colle del Viso (2650 m). Da lì, in breve, si raggiunge il Rifugio Quintino Sella (2640 m). Due ore e mezza circa, con calma.

Il rifugio è accogliente, e la sera si popola di storie, tracce GPS, chiacchiere e nervosismo. Quello della vigilia.

Alba e salita: dal Quintino Sella alla croce

La sveglia suona presto. A volte prima delle 5. La montagna chiede di partire con le prime luci, quando la roccia è più stabile e il meteo più sicuro. Il primo tratto è il sentiero attrezzato che porta al Colle delle Sagnette, una zona esposta ma facilitata da catene. Da lì si entra in Valle Varaita e si cambia versante. E comincia l’avventura vera.

Il primo obiettivo è il Bivacco Andreotti, situato a circa 3225 m. Si sale tra pietraie infinite e gradoni rocciosi. La traccia non è sempre chiara, e si avanza su terreno spesso instabile. Non ci sono passaggi tecnici, ma la continuità dello sforzo si fa sentire. È una salita che logora piano piano.

Dal bivacco in poi si indossa l’imbrago e si lega la corda. I tratti alpinistici iniziano qui. Si entra nella zona dei nomi leggendari: il Passo del Gatto, la Sala da pranzo (una terrazza naturale dove molti si fermano per uno spuntino), il Duomo di Milano, i Fornelli.

Sotto la Testa dell’Aquila, un traverso esposto ma sicuro porta alla cresta Est. Lì si incrocia un altro possibile itinerario di salita, più tecnico e spettacolare. La vetta non è lontana: ultimi metri di roccia, un po’ scomposta, e finalmente la croce.

Una vista che parla da sola

Dalla cima del Monviso (3841 m), la vista è totale. Davanti a te, a est, si apre l’intero arco alpino. Nelle giornate limpide puoi scorgere le cime del Rosa, del Bianco, fino al Gran Paradiso. Ma il vero colpo al cuore arriva se guardi a sud, verso la Liguria: con un po’ di fortuna, si vede il Mar Ligure. Il contrasto è disarmante. Montagna e mare nello stesso sguardo.

La vetta, stretta e poco ospitale, ti costringe a essere presente. Non c’è spazio per distrarsi. È un momento che dura poco, ma resta dentro

Una discesa che non perdona

La discesa avviene per lo stesso itinerario. E non è affatto una formalità. Tra la stanchezza, il terreno instabile e i passaggi da disarrampicare con attenzione, è facile rallentare. Il tempo medio complessivo (salita + discesa) supera spesso le 9-10 ore. Un bel banco di prova, anche per chi è allenato.Per questo salire il Monviso non va preso alla leggera. La lunghezza dell’itinerario, la quota, il terreno tecnico e l’impegno fisico lo rendono paragonabile a un 4000. Serve forma fisica, testa lucida e abitudine a muoversi su roccia.

Quando salire?

I mesi migliori sono agosto e settembre. L’estate avanzata offre condizioni più stabili, meno neve residua e giornate più lunghe. A luglio si può già salire, ma bisogna fare i conti con possibili tratti ancora innevati. Giugno? Troppo presto, tranne che per chi è esperto e ben equipaggiato. Dopo settembre, la montagna cambia faccia: il gelo torna a farsi sentire, e il Viso chiede strumenti invernali.

Per chi è questa salita?

Non serve essere alpinisti esperti, ma non è nemmeno una montagna per turisti. È perfetta per escursionisti evoluti che vogliono mettersi alla prova su un terreno misto, in cordata, con passaggi di II grado. Imperdibile per chi ama la montagna “classica”, quella fatta di fatica vera, dislivello, sudore e panorami che ti si stampano dentro.Il Monviso è una montagna che si lascia amare, ma solo se sei disposto a guadagnartela.
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Dal Monviso al Monte Rosa: conosci l’autore di questo racconto

 

Luca “Cava” Avagnina è guida alpina, geometra e scrittore per passione. Classe 1993, originario di Ceva (CN), il Monviso è casa sua: lo conosce come si conosce un vecchio amico, salito e raccontato in ogni stagione. Lavora spesso sul Monte Rosa, ma torna sempre volentieri da “sua maestà il Viso”, che resta la sua montagna del cuore. Effervescente, diretto, un po’ poeta: se lo incroci in parete lo riconosci dal sorriso e da quella voglia contagiosa di vivere la montagna fino in fondo con naturalezza, senza epica, ma con gioia. Il suo motto? Stai sereno. Ed è impossibile non farlo, quando sei in cordata con lui.

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