By the Monterosa Booking team, with the support of IFMGA mountain guides from Monte Rosa
Il dono, l’ego e il nostro tempo breve
Una riflessione sul modo in cui parliamo di alpinismo, dopo la morte di Nirmal “Nimsdai” Purja sul Broad Peak.
Il 30 luglio 2026 Nirmal “Nimsdai” Purja è morto sul Broad Peak, travolto da una valanga insieme ad altri membri della spedizione.
La notizia è ancora vicina. Nel mondo dell’alpinismo il suo nome non era uno qualunque: i quattordici Ottomila saliti in poco più di sei mesi, i record, il primo K2 invernale, una presenza capace di dividere e attirare attenzione come poche altre.
Nei giorni precedenti alla partenza, Nimsdai aveva rivolto alla montagna una preghiera essenziale: «Broad Peak, ti chiedo soltanto un passaggio sicuro per salire e tornare». Aveva anche scritto di non avere mai dato per scontata nessuna montagna.
Dopo la sua morte, quelle parole restano lì.
Non come una frase da trasformare in leggenda, ma come una domanda difficile.
La montagna non ha ascoltato?
La tentazione, in questi casi, è rifugiarsi in una formula conosciuta. Dire che la montagna lo ha voluto con sé, che lo ha trattenuto, che in qualche modo lo ha scelto. Sono parole che provano a consolare, ma rischiano di rendere poetico ciò che poetico non è: una valanga non sceglie, non premia e non punisce.
Se leggiamo quelle parole come la richiesta concreta di tornare a casa, Nimsdai non ha ottenuto ciò che domandava. Ma questo non rende la sua preghiera inutile.
Ne rivela, piuttosto, il significato più serio: pregare non significa controllare la risposta. Significa riconoscere che la risposta non ci appartiene.
È da qui che dovremmo cominciare ogni volta che utilizziamo il verbo “conquistare” parlando di una montagna.
Conquistare significa prendere possesso, sottomettere qualcosa alla propria volontà, trasformare una realtà esterna in un territorio sul quale esercitare un dominio. In montagna non accade nulla di tutto questo.
Quando raggiungiamo una cima, la montagna non cambia proprietario. Non perde una battaglia. Non riconosce la nostra superiorità. Rimane ciò che era. Siamo noi ad avere attraversato, per qualche ora, una parte della sua superficie.
La parola conquista racconta soprattutto il modo in cui il nostro tempo immagina l’individuo: autonomo, determinato, capace di stabilire un obiettivo, prepararsi e raggiungerlo attraverso volontà, metodo e disciplina.
È una visione che ha anche qualcosa di prezioso. Riconosce la responsabilità personale, la libertà di agire, la possibilità di non rimanere immobili nel punto in cui siamo nati. Ma diventa un’illusione quando l’autonomia viene scambiata per autosufficienza e il desiderio di riuscire per la pretesa di controllare ogni risultato.
Il racconto contemporaneo dell’alpinismo riflette spesso questa deformazione.
Io ho deciso. Io mi sono allenato. Io ho resistito. Io sono arrivato in cima.
La montagna diventa il fondale sul quale rappresentare il valore individuale. La fotografia di vetta non documenta più soltanto un’esperienza: certifica pubblicamente un’identità. Dice che siamo quelli che ce l’hanno fatta.
Eppure, dietro ogni frase che comincia con “io ho fatto” esiste una rete quasi sempre rimossa dal racconto.
Ci sono le persone che hanno insegnato le tecniche, chi ha studiato l’itinerario, chi ha costruito e gestisce i rifugi, chi prepara gli impianti, chi osserva le condizioni, chi accompagna o interviene in caso di emergenza. Sulle grandi montagne himalayane ci sono portatori e guide d’alta quota il cui lavoro è stato a lungo nascosto dietro imprese attribuite a un solo nome.
Anche sulle Alpi, dove l’organizzazione è diversa, nessuna salita nasce dal nulla. Ogni gesto utilizza conoscenze ricevute, attrezzature progettate da altri e un sistema collettivo che rende possibile il nostro passaggio.
Dire “io sono salito” non è falso. È una frase incompleta.
Incompleto, del resto, è anche l’essere umano.
Nasciamo con possibilità straordinarie, ma non con la capacità già formata di stare al mondo. Abbiamo bisogno di tempo per imparare a parlare, riconoscere un pericolo, utilizzare il corpo, interpretare l’ambiente e convivere con gli altri. Non diventiamo persone malgrado la dipendenza: diventiamo persone attraverso di essa.
Avere una capacità non significa saperla utilizzare in ogni situazione. Possiamo essere forti senza sapere quando fermarci, esperti senza riuscire a leggere un cambiamento, preparati senza poter governare l’imprevisto.
La maturità non consiste nell’eliminare questa incompletezza, ma nel riconoscerla e nel continuare a imparare.
In montagna questo diventa molto concreto. Significa comprendere ciò che non sappiamo, affidarci alla competenza altrui, modificare una decisione e accettare che la rinuncia non diminuisca il nostro valore.
È lo stesso principio che cerchiamo di trasmettere quando parliamo di preparazione per l’alta quota: non si tratta di trasformare la montagna in una prova da superare, ma di arrivare con più margine, più lucidità e più rispetto.
Ne parliamo anche nell’articolo su come allenarsi per un 4000, dove la differenza non è tra chi “ce la fa” e chi “non ce la fa”, ma tra chi improvvisa e chi costruisce.
La morte di un alpinista esperto non dimostra necessariamente un difetto di competenza. Dimostra qualcosa di più difficile da accettare: nemmeno una competenza eccezionale rende l’essere umano sovrano davanti all’incertezza.
La conoscenza riduce il rischio, orienta le decisioni e permette di agire con maggiore consapevolezza. Non trasforma però un ambiente complesso in un sistema interamente prevedibile.
Confondere la preparazione con l’invulnerabilità significa chiedere alla tecnica una promessa che nessuna tecnica può mantenere.
Esiste poi un’altra misura capace di ridimensionare l’ego: il tempo.
Homo sapiens esiste da un tempo brevissimo se confrontato con la storia della Terra. Altre forme di vita sono rimaste sul pianeta per milioni e milioni di anni più di noi. Se comprimessimo la storia terrestre in una sola giornata, la nostra specie apparirebbe negli ultimi istanti prima della mezzanotte.
Tutte le nostre spedizioni, i record, le fotografie e le discussioni sulle cime occuperebbero una frazione quasi impercettibile di quell’ultimo momento.
Neppure le montagne sono eterne. Si sollevano, si deformano, vengono erose e cambiano.
Ma il loro tempo non coincide con il nostro. Una vita umana può osservare un ghiacciaio arretrare, una parete crollare o un itinerario modificarsi; non può abbracciare il processo geologico al quale appartengono.
Questo confronto non serve a dichiarare insignificante l’essere umano. Serve a collocarlo.
Essere brevi non significa non avere valore. Significa non poter confondere la nostra presenza con il possesso. È qui che il concetto di dono può aiutarci a pensare diversamente la montagna.
Nel Saggio sul dono, Marcel Mauss mostrò che il dono non è soltanto un gesto gratuito. È una relazione. Chi dona apre un legame, chi riceve lo accetta, chi ricambia non chiude semplicemente un debito, ma riconosce e mantiene quella relazione.
Non serve forzare questa idea, né trasformarla in una teoria rigida sulla montagna.
Una montagna non dona come farebbe una persona. Una preghiera non la obbliga a concedere la vetta o la salvezza.
Eppure questa immagine ci aiuta a spostare lo sguardo.
L’esperienza ricevuta in montagna non è soltanto nostra. Contiene un luogo, una comunità, conoscenze accumulate, condizioni ambientali favorevoli e decisioni prese insieme. Contiene anche ciò che non abbiamo ottenuto: il limite incontrato, la vetta mancata, la paura che ci ha resi più lucidi, il ritorno deciso quando continuare non era più sensato.
Se consideriamo tutto questo un dono, la restituzione non può consistere nel raggiungere la cima. La cima non è il pagamento dovuto alla nostra preparazione e la preghiera non è il prezzo della protezione.
Restituire significa assumere una responsabilità verso ciò che ha reso possibile il passaggio.
Non saldiamo il debito con la montagna. Manteniamo aperta la relazione.
Lo stesso vale anche sulle montagne che sembrano più accessibili. Una salita alla Capanna Margherita, un primo 4000 o una giornata su ghiacciaio non sono esperienze da consumare rapidamente e archiviare con una foto. Sono passaggi che chiedono preparazione, ascolto e capacità di stare dentro un ambiente più grande di noi.
Questa prospettiva non richiede di eliminare l’ego. Sarebbe un’altra pretesa di purezza e, forse, un altro modo per rimettere noi stessi al centro. Il desiderio di arrivare, misurarsi, conoscere le proprie possibilità e raggiungere un obiettivo importante appartiene all’esperienza umana.
Il problema comincia quando l’ego non accetta più di essere una parte e vuole diventare il tutto; quando trasforma l’ambizione in diritto, la vetta in certificato di valore e la rinuncia in fallimento.
La montagna può allora svolgere una funzione che la società individualista tende a evitare: ricordarci la dipendenza senza umiliarci.
Ci mostra che possiamo agire senza controllare tutto, essere competenti senza essere invulnerabili, avere un desiderio senza pretendere che il mondo lo soddisfi.
Ci insegna che la libertà non consiste nell’essere sciolti da ogni legame, ma nel riconoscere consapevolmente i legami dai quali dipendiamo e rispondere delle nostre azioni al loro interno.
Per questo il lavoro di una guida alpina sul Monte Rosa non è solo accompagnare qualcuno verso una cima. È leggere condizioni, persone, tempi, margini. È aiutare a prendere decisioni dentro un ambiente che non può essere ridotto a una semplice prestazione.
Resta la preghiera di Nimsdai.
Non possiamo dire che la montagna l’abbia ascoltata, perché la montagna non è un giudice al quale attribuire intenzioni umane. Non possiamo nemmeno dire che non sia servita a nulla, come se il valore di una preghiera dipendesse dall’ottenimento di ciò che domanda.
Quelle parole non erano una garanzia. Erano il riconoscimento che, dal momento in cui lasciava il campo base, la decisione non apparteneva più soltanto a lui.
Forse, allora, la domanda decisiva non è se la montagna abbia ascoltato Nimsdai. È se noi siamo capaci di ascoltare ciò che la sua preghiera ammetteva: non si conquista ciò che non ci deve nulla.
Si entra, per un tempo breve, in una realtà che ci precede e ci supera. E il valore del nostro passaggio non dipende soltanto da quanto in alto siamo arrivati, ma da ciò che abbiamo compreso, da come ci siamo comportati e da ciò che saremo capaci di restituire.
Grazie Nimsdai per aver pregato.
Nota sulle fonti: la notizia della morte di Nirmal “Nimsdai” Purja e degli altri alpinisti coinvolti nella valanga sul Broad Peak è stata verificata su fonti giornalistiche internazionali, tra cui Associated Press e The Guardian.








