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L’oro del Monte Rosa: il tesoro nascosto delle Alpi

Per 700 anni il Monte Rosa ha custodito uno dei più importanti giacimenti auriferi d'Italia. Dalle prime estrazioni del XIII secolo al boom industriale dell'Ottocento, fino alla tragica chiusura del 1961: la storia affascinante dell'oro sotto al monte Rosa, in attesa di una nuova corsa all'oro che forse non arriverà mai.
Gold Under Monte Rosa

“C’è davvero oro sotto al Monte Rosa?”

È una domanda che si fanno in tanti, guardando quelle cime bianche che svettano verso il cielo.

La risposta è sì. 

E non stiamo parlando di leggende o di qualche pagliuzza trovata per caso nel torrente.

L’oro del Monte Rosa ha una storia lunga secoli, ha fatto la fortuna di intere generazioni, e rappresenta uno dei giacimenti d’oro più grandi d’Italia

Un tesoro che per 700 anni ha attirato minatori, investitori e sognatori da tutta Europa.

Poi, nel 1961, tutto si è fermato. Le miniere si sono chiuse, i giacimenti sono stati abbandonati, e l’oro è rimasto lì, sotto la roccia, in attesa.

Ma perché? E cosa resta oggi di quella febbre aurea che ha attraversato i secoli?

Le valli: il cuore del distretto aurifero del Monte Rosa

Non c’è un solo giacimento d’oro nel Monte Rosa. 

Ce ne sono diversi, distribuiti in quello che i geologi chiamano “distretto aurifero“.

Il cuore di tutto è tra la Valle Anzasca e la Valle Antrona, quella vallata che da Piedimulera sale verso Macugnaga, ai piedi della parete est del Monte Rosa.

Qui, a Pestarena, si trova l’area più ricca, dove per secoli sono state scavate gallerie che si estendono per almeno 20 chilometri quadrati, per circa 60 chilometri di gallerie.

Ma come si è formato questo oro?

Le rocce si fratturano facendo scorrere al loro interno fluidi caldi contenenti oro. Questo lentamente si deposita, dando vita nel corso dei tempi geologici a livelli poco spessi ma molto estesi denominati vene e filoni.

Non è oro facile da estrarre. 

Non ci sono pepite giganti come nei film western. 

Per ogni tonnellata di roccia estratta, si ricavano da qualche grammo a qualche decina di grammi d’oro.

Sette secoli di febbre dell’oro sotto al Monte Rosa

Le valli del Monte Rosa sono caratterizzate dalla presenza di manifestazioni idrotermali a quarzo e solfuri auriferi che diedero origine a un’attività estrattiva protrattasi per settecento anni a partire dal XIII secolo.

Settecento anni. 

La tradizione vuole che i primi a ricavare oro dai filoni minerari dell’Alta Valle Anzasca siano stati i Romani, anzi, c’è chi sostiene addirittura che fossero Celti o Sassoni.

L’indizio più antico rilevato è il ritrovamento, nella Miniera dei Cani, di una piccola campanella di bronzo di epoca romana.

Ma è il trattato di pace e concordia di Saas Almagell del 16 agosto 1291 stipulato tra i conti di Biandrate e gli abitanti delle vallate di Saas e Anzasca, patto esteso anche agli homines argentarii il primo documento ufficiale che certifica l’attività mineraria della zona.

Gli “homines argentarii” erano i minatori, “uomini dell’argento“, che usavano il mercurio per l’estrazione dell’oro. 

Gente che conosceva il mestiere, che sapeva leggere la roccia e seguire i filoni.

Per secoli l’estrazione rimase artigianale, fatta da gente del posto che integrava così l’economia di vallate povere e isolate.

Almeno fino all’Ottocento…

Il boom dell’Ottocento: il Monte Rosa diventa il Klondike 

Nel 1884 tutto cambiò. 

Tutte le miniere aurifere della Val d’Ossola furono acquistate dalla ditta inglese The Pestarena Gold Mining che le lavorò per circa un ventennio.

Gli inglesi portarono capitali, tecnologie moderne, organizzazione industriale; l’estrazione dell’oro del Monte Rosa divenne un affare serio.

I numeri parlavano chiaro: tra il 1868 e il 1870 si raggiunse una produzione annua attorno ai 200 kg. Quasi un chilogrammo di oro al giorno. 

Per l’epoca, era una quantità notevole.

In Valle Anzasca giunsero lavoratori da tutta Italia. 

La vallata si riempì di voci, di dialetti diversi, di speranze. 

Ma la montagna non perdona mai chi la sottovaluta, e l’uomo accecato dalla luce dell’oro ne diventa vittima facilmente.

La fine di un sogno: 1961, l’ultimo giorno dell’oro

Nel 1939, in piena epoca fascista, gli impianti passarono alla Ammi (Azienda Minerali Metallici italiani).

La gestione della Ammi non fu delle migliori. 

Si dimostrò infatti carente nella sicurezza sul lavoro e nelle misure di igiene e protezione dei dipendenti: senza gli adeguati accorgimenti incrementarono i casi di silicosi, malattia causata dall’inalazione delle polveri sollevate dai macchinari, con altissime percentuali di mortalità.

Infine l’ultima goccia…

È il 13 febbraio del 1961 quando quattro minatori italiani muoiono in un incidente sul lavoro per l’esplosione delle cariche di dinamite che stavano trasportando.

Quel giorno finì tutto: la società chiuse definitivamente l’attività, gli impianti furono smantellati, gli operai tornarono a casa.

È la fine dell’estrazione dell’oro nelle Valli del Monte Rosa.

Settecento anni di storia si chiudevano con una tragedia evitabile.

Perché l’oro del Monte Rosa dorme ancora sottoterra?

La domanda che tutti si fanno è: perché non si ricomincia?

L’oro c’è ancora. Oggi ci sono più norme di sicurezza.

“Di oro, qui nelle miniere, ce n’è ancora ma non conviene investire nell’estrazione: tra investimento iniziale, costo del lavoro e prevenzione diventa impossibile”.

I motivi sono principalmente tre:

Primo: l’accessibilità. Molte miniere si trovano a circa 2000 metri di quota e quindi la realizzazione delle infrastrutture potrebbe essere non solo complessa dal punto di vista tecnico ma anche problematica da un punto di vista ambientale e burocratico.

Secondo: la resa. Si stima che le miniere del Rosa abbiano prodotto qualcosa come 25 tonnellate d’oro in totale, che in Italia è molto, ma è un valore piuttosto ridotto se confrontato con le migliaia di tonnellate di Canada e Australia.

Terzo: i costi. Per ogni grammo d’oro bisogna smuovere tonnellate di roccia, con tutte le spese che ne conseguono.

Secondo alcuni esperti è probabile che il filone principale non sia mai stato trovato: magari qualcuno potrebbe provare a scoprirlo, e dare il via a una nuova febbre dell’oro.

Ma per ora, l’oro del Monte Rosa continua a dormire…

La montagna che custodisce tesori

Chi sale verso la Capanna Margherita, chi cammina sui ghiacciai del Monte Rosa, spesso non sa di camminare sopra uno dei giacimenti d’oro più importanti d’Italia.

E forse è giusto così.

La montagna ha i suoi tesori, alcuni visibili, altri nascosti. 

L’oro è uno di questi. 

Ma il vero tesoro del Monte Rosa è altro: è la bellezza che ti toglie il fiato, è il silenzio che ti riempie l’anima, è la sensazione di essere piccoli di fronte a qualcosa di immenso.

L’oro può aspettare, anche in eterno, perché nella storia ha già fatto il suo corso. 

La montagna, invece, va vissuta.

Se vuoi conoscere il Monte Rosa, se vuoi camminare sui suoi ghiacciai e toccare la sua roccia, se vuoi sentire cosa significa davvero stare su questa montagna, noi siamo qui. 

Le nostre guide alpine UIAGM ti porteranno alla sua scoperta, delle sue vette e delle sue storie. 

Perché il vero oro del Monte Rosa è l’esperienza che ti porti dentro quando torni a valle.

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